Dario Fo è uno dei protagonisti del teatro non solo in Italia, ma - grazie a traduzioni e allestimenti in tutte le lingue - nel mondo. Ed è anche, insieme a Eduardo, uno splendido esempio di quella "drammaturgia dell'attore", privilegio della civiltà italiana fin dal Seicento, il secolo dell'esplosione dei "comici dell'arte-scrittori", che portavano le loro commedie sulle piazze e nelle corti di Francia e Scandinavia, Inghilterra e Russia. Da quei lontani maestri Fo ha ereditato l'esercizio di una scrittura che si affina, giorno dopo giorno, sulle assi del palcoscenico, e l'irresistibile propensione alla satira: quel risentito sdegno morale, capace di atteggiarsi nel registro e secondo le cadenze di un ironia beffarda, che tuttavia scava a fondo nella dilagante corruzione dei nostri tempi. Anche in questo decimo volume delle Commedie, che ospita una possibile tetralogia dei "rapimenti e riscatti" (in cui la vittima è, di volta in volta, un politico, un industriale, una ricca borghese, e il pontefice), il riso che Fo suscita nel lettore-spettatore non è mai fine a se stesso: anche quando le situazioni sfiorano il paradossale o l'inverosimile, la sua comicità è sempre "riflessiva" e schiettamente civile.