"Tutto dipende da dove sei nato, diceva un grande
saggio. E, per quanto mi riguarda forse il saggio ci ha proprio azzeccato" dice
Dario Fo, e infatti, di quella grande avventura umana, artistica e politica
che è stata la sua vita leggiamo solo una parte, la prima: l'infanzia
e la giovinezza, a sostegno della convinzione di Bettelheim, ampiamente
condivisa dall'autore, secondo la quale i primi sette anni sono decisivi
per la formazione di un uomo.
Fo prende le mosse dai luoghi natii - la
riva lombarda del lago Maggiore - e si avventura nel turbine della memoria
restituendoci le imprese del padre ferroviere, Felice Fo, i tetti di
cioccolata di una Svizzera immaginaria, le visite estive in Lomellina
al nonno Bristìn, ortolano contastorie, la scoperta dell'arte
- del tratto e del colore - che incrocia quella dei fabulatori della
Valtravaglia - il paese dei mezaràt - e delle loro storie beffarde
e pungenti -, il mito degli Argonauti reinterpretato dal bizzarro professor
Civolla.
Fo indugia su episodi di volta in volta teneri e drammatici:
la prima pudica storia d'amore con una ragazza salvata dalle acque del
lago in tempesta, la torrida passione della bella Nofret, legata al capo
della malavita, per un giovane squinternato, le sfide tra i piccoli balordi
della valle e il figlio del ferroviere, capace di arrivare con intelligenza
e furbizia là dove il suo fisico sembra non potere.
La storia
continua con l'apprendistato all'Accademia di Brera di Milano, gli stratagemmi
per campare, la guerra, i bombardamenti, il reclutamento forzato e, per
finire, con un salto temporale in avanti, i funerali di Pa' Fo,
figura centrale di questo straordinario "romanzo di formazione",
di questa mitica evocazione di storie, nomi, personaggi leggendari in
cui fluiscono, come un fiume in piena, le ragioni del cuore, le illuminazioni
della memoria, le emozioni della coscienza civile.
ESTRATTO
Gog
Facendo ritratti mi sono comprato un cane. Un cane straordinario!
L’idea di propormi come ritrattista mi era venuta a scuola, all’ultimo
delle elementari, disegnando il ritratto della mia maestra. Era una signora piuttosto
giovane con un viso delicato dentro il quale erano evidenti due occhi quasi a
mandorla, un naso sottile e due labbra molto pronunciate. Il collo era lungo,
quasi esagerato. A me piaceva molto. Quando a Brera, cinque anni dopo, mi sono
capitati fra le mani dei ritratti di Modigliani, ho esclamato: “oh, ha
conosciuto anche lui la mia maestra!”.
Quel primo ritratto aveva sortito un certo successo, cosi' mi sono buttato a
ritrarre gran parte dei miei compagni, maschi e femmine, Mi ero fatto un nome:
piu' di un genitore entusiasta mi aveva ripagato con qualche regalo, anche in
denaro. Poi e' toccato alle ragazzine del podesta' e appresso a tutta la famiglia.
Un allevatore di cavalli, campioni di trotto e galoppo di Besnate (sul lago omonimo)
mi manda a prendere. Arrivato alla tenuta con i miei album Fabriano, i pennelli
e i colori, sono stato accolto da un gran scalpiccio di zoccoli che faceva tremare
il terreno: li' sulla pista di dressage, stavano passando velocissimi non meno
di trenta cavalli. Alcuni erano montati da fantini altri galoppavano liberi in
branco. L’allevatore era molto occupato e manco mi ha salutato. Mi viene
incontro una ragazzina piu' o meno della mia eta', tutta boccoli e riccioli:
pareva Shirley Temple… si chiamava Ornella. Poi si presenta Matilde, la
sorella maggiore, a sua volta biondo-riccioluta: splendida! Per finire appaiono
altre tre sorelle. In totale cinque che, viste in gruppo, sembravano il coro
degli angeli di Benozzo Gozzoli.
Ornella me le presenta a una a una. Chiedo preoccupato se dovro' fare il ritratto
a tutte quante. “Si'” mi rispondono all’unisono. “In
ordine di eta'!” aggiunge Ornella. “La piu' piccola sono io, quindi
tocca a me per prima!” “Non ti preoccupare, non pretendiamo che tu
ci ritragga tutte in un solo giorno,” aggiunge Matilde, “puoi lavorare
anche fino a domani: notte compresa!” E scoppiano a ridere in coro,
Per farla breve, ho cominciato con l’abbozzare il viso di Ornella. Non
mi ero mai sentito tanto insicuro, la matita non mi scorreva come al solito:
inciampava… cancellavo, riprendevo… poi alla fine, stendendo il
colore, ho cominciato a ingranare. Alle mie spalle sentivo esclamazioni di stupore.
Ce l’avevo fatta, ma ero letteralmente madido di sudore. Terminato il primo
ritratto mi sono accorto che fra gli spettatori c’era anche l’allevatore. “Non
male,” commenta, “prometti bene! Se tu fossi un puledro direi che
sarebbe il caso di farti entrare in pista e tenerti d’occhio!” Non
tutti i cinque ritratti mi sono riusciti come avrei voluto, ma il coro degli
angeli del Gozzoli era ugualmente soddisfatto.
L’allevatore, tanto per farmi sgranchire gambe e cervello, mi porta a visitare
le scuderie. Passando dinanzi ai vari box, mi indica i suoi campioni. Proseguendo
transitiamo davanti a un recinto dove una mezza dozzina di cuccioli giganteschi
stanno facendo una gran caciara: sono tutti alani di razza. Io non ero un fanatico
di cani, ma quella specie di belve burlone mi affascinavano; il maschio padre,
poi, si muoveva con un’eleganza da circo equestre. La sera, prima di tornarmene
a casa, il gran cavallaro con tutte le sue ragazzine intorno mi saluta e mi dice
imbarazzato: “Vorrei farti un regalo, ma non so cosa scegliere. Potrei
darti dei soldi, ma non mi pare una buona idea… ti andrebbero una scatola
di colori e un cavalletto?”. Io l’ho interrotto: “costa molto
uno di quei cuccioli di alano?”. Il cavallaro e' rimasto bloccato come
in una foto di gruppo insieme a tutta la sua collezione di angeli. Quel silenzio
m’aveva fatto capire immediatamente che l’argomento era intoccabile, “Mi
spiace, ma quegli animali sono gia' tutti prenotati…” Poi ha aggiunto
velocissimo, nell’evidente timore di venir contraddetto dalle figlie: “Uno,
pero', il meno sviluppato, forse te lo posso concedere…”.
Altro silenzio e poi, con un acuto da alleluia, tutte insieme le ragazze hanno
sentenziato: “ma certo, Gog e' suo!”.
Anno: 2002
Pagine: 208 |