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Dario Fo
Tegno nelle mane
occhi e orecchie:
Michelagniolo
A cura di Franca Rame,
disegni di Dario Fo
Uno strordinario libro
da vedere
e da leggere
per capire uno strardinario Maestro
raccontato da un altro irripetibile Maestro
Libro,
255 pagine |
20,00 € |
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"Michelangelo è nato
a Caprese nei pressi di Arezzo il 6 marzo del 1475
ed è campato fino a quasi 90 anni.
Una ventina d'anni prima della sua nascita, nel 1452,
a Vinci, borgo nei pressi di Firenze, nasceva Leonardo,
e pochi anni dopo Raffaello a Urbino.
Tutti e tre hanno trovato la matrice essenziale della
propria genialità in Firenze ove imparano a dipingere,
a scolpire e a progettare architetture. In quegli anni
a cavallo del Cinquecento vengono al mondo, apprendono
e producono, soprattutto a Firenze, centinaia di giovani
talenti che diverranno, oltre che artisti, sommi statisti
e intellettuali, come Machiavelli, Sederini e Guicciardini,
oppure filosofi, musici, incisori, poeti, storici, scienziati,
imprenditori della lana e dell'edilizia, gran medici
e speziali, astronomi e perfino ammiragli di flotte,
scopritori di terre del Nuovo Mondo, per non parlare
del numero incredibile di vescovi e papi che Firenze
da alla Chiesa.
Ma come mai questa città è diventata il
crogiolo di tanti maestri? Se si dovessero radunare tutte
le opere prodotte dai suoi figli, naturali e acquisiti,
nel tempo dell'Umanesimo e del Rinascimento, comprese
quelle andate perdute, razziate nelle guerre, rubate
e ora in collezioni private di tutto il mondo, con esse
si riempirebbero tutti i musei d'ogni Paese e ne resterebbero
d'avanzo!
Cos'è, una casualità? Uno strano fenomeno
che ha raccolto per follia genetica un Dna eccezionale
fra i nativi della stessa città e nello stesso
tempo?"
(Dario Fo)
ESTRATTO: IL DAVID
L’eco del successo del grande
dipinto della Deposizione del Cristo, ma soprattutto
della Pieta’, quella in cui la Madonna tiene sulle
sue ginocchia il figliolo, giunge fino a Firenze da dove
il governo della Repubblica, nell’agosto del 1502,
propone a Michelangelo di colpire il David, una statua,
meglio, un monumento in marmo di cinque metri e piu’,
eletto a emblema della citta’ e della sua indipendenza.
Il Buonarroti, pensando a Davide, non puo’ fare
a meno di ricordare le due statue, una in marmo, l’altra
in bronzo, eseguite dal grande Donatello, suo primo punto
focale nella scultura.
Michelangelo, per questa statua, si avvale di un blocco
di marmo gia’ sbozzato quarant’anni prima
da Agostino di Duccio, valente scultore di Firenze.
La grande pietra abbozzata si trovava abbandonata nel
cortile dell’Opera del Duomo. Era alta piu’ di
cinque metri. Michelangelo con qualche colpo di scalpello
ne misuro’ la consistenza. Trovatovi un buon marmo,
qualche giorno appresso, il 13 settembre dello stesso
anno, comincio’ a lavorare al progetto con piu’ decisione
e fermezza. Per cominciare fece innalzare tutto intorno
pareti e tetto, cosi’ da trovarsi al coperto senza
dover spostare il masso, ma evidentemente lascio’ ampi
spazi per la luce e li turo’ con lastre di vetro.
E qui dobbiamo denunciare una certa superficialita’ piuttosto
grave di molti narratori d’arte.
Chi ha pratica dello scolpire opere cosi’ imponenti,
sa bene che solo nei film storici dell’arte, americani
e purtroppo anche nostrani, si assiste alla messa in
opera immediata con mazzuole e scalpelli, Nella realta’ il
primo impatto con la scultura nasce sempre, o quasi,
dai disegni: un numero notevole di bozzetti dove si descrivono
movimento e gestualita’ visti da molte posizioni
come se lo scultore girasse tondo tondo alla statua gia’ concepita
nella sua mente.
Quindi si comincia a plasmare un modello in terra creta,
della grandezza naturale; dalla creta si realizza il
calco in gesso, e solo allora, rapportandosi sempre col
modello, si inizia a scolpire nel marmo, ma col trapano.
Un tempo il trapano era detto ad arco trillo, proprio
perche’ veniva mosso per mezzo di un arco. La fune
che lo tende avvolge l’asta dello strumento, Facendo
trillare l’arco si trapana il marmo e si producono
molti fori, ma certo non si procede a braccio bensi’ scientificamente.
Tanto per cominciare si costruiscono due gabbie identiche
con aste di legno e funi tese. Nella prima gabbia viene
inserito il modello in gesso, nell’altra il concio
di marmo da traforare. Riprendendo le eguali distanze
dalle aste e dalle funi rispetto al modello si inizia
a eseguire una lunga serie di trafori tutt’intorno
al masso. Solo allora si interviene con lo scalpello
e si libera la statua dalla pietra superflua: ecco finalmente
apparire il vero nucleo dell’opera. Come diceva
Michelangelo, cosi’ si e’ liberata la figura
che restava prigioniera nella roccia.
A testimonianza di cio’, Michelangelo stesso scrive: “Davitte
con la fromba ed io con l’arco: Michelagniolo!
Rotta e’ l’alta colonna”, cioe’ a
dire: “David ruppe il gigante colpendolo con la
fionda, io l’ho vinto traforandolo col trapano
ad arco”.
Ma con quale intento fu ordinato a Michelangelo di scolpire
una statua di quelle dimensioni da porre nella piazza
storica di Firenze? E’ di certo un gesto fortemente
politico. Non va dimenticato che la Repubblica e’ nata
con la cacciata dei Medici del 1494 e che, gia’ con
Savonarola, i Medici s’erano affacciati protervi
con l’intento di ritornarci. In poche parole, quella
statua diceva esplicitamente ai Fiorentini: “Preparatevi,
i tiranni stanno sempre alle porte. Non vi e’ permesso
di dormire sonni tranquilli”.
Infatti sintetizzando diceva Soderini: “Come Davide
noi siamo indifesi e ignudi d’armi. Solo la nostra
determinazione e l’amore possente per la liberta’ possono
armarci contro i tanti nemici che da ogni lato si preparano
ad attaccarci. Solo cosi’ noi saremo giganteschi
come questo Davide: preparati e invincibili”.
Di certo il viaggio della statua del David dal cortile
dell’Opera del Duomo fino alla piazza della Signoria
fu una vera e propria epopea trionfale, Antonio da Sangallo
aveva progettato sia la gabbia che avrebbe dovuto contenere
il monumento sia il carro che l’avrebbe trasportato,
Una gran folla accompagnava il trasferimento: ragazzi
e ragazze danzavano cantando; solo alcuni schizzinosi
moralisti fischiavano e lanciavano pietre, indignati
col Buonarroti e la Repubblica per aver mostrato un David
con gli orpelli sessuali in sfacciata evidenza.
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