
Franca Rame - Dario Fo
UNA
VITA ALL'IMPROVVISA
Una
grande storia con dentro tante storie
Dal
teatro girovago fino all’esperienza in Senato,
la vita eccezionale di una grande italiana
Libro,
320 pagine |
17,50 € |
|
All’apertura del
sipario appaiono due ampi schermi sui quali sono proiettati
un manifesto e una scenografia della commedia dell’arte.
Entra in scena Franca.
Comincia così – e
come, dove, se non in un teatro e con un libero gioco teatrale? – la
storia della vita di Franca Rame: una vita stracolma di
esperienze che suo marito Dario, il figlio Jacopo, gli
amici l’avevano ripetutamente invitata a raccontare,
senza riuscire a vincere le sue resistenze.
Finché un giorno Dario, aprendo
il cassetto di un armadio, incappa in una grande busta di
appunti. Curioso, di nascosto si fionda nella lettura: storie
che raccontano di Franca bambina, della sua straordinaria
famiglia di attori del teatro “all’Italiana” le
cui origini risalgono a cinque secoli fa, della corriera
chiamata Balorda con cui si spostavano di piazza in piazza,
dell’incontro con Dario, della loro vita e del loro
lavoro teatrale comune, del successo di pubblico e della
tormentata vicenda in Rai, dell’impegno sociale e politico,
con spettacoli di denuncia – dalla corruzione alla
mafia, dal golpe cileno alla morte di Pinelli –, delle
battaglie e delle censure, dello stupro subito, fino all’impegno
come senatrice.
“Adesso provaci un po’ a raccontarmi che non
ce la fai a scrivere le tue storie! Queste cosa sono?!” le
dice Dario sbattendo sul tavolo il malloppo. Discutono, litigano
con accanimento, poi Franca sbotta: “E va bene, ci
sto! Mi impegno a farne uno scritto da teatro... perfino
un libro se vuoi! Però pretendo che tu mi dia una
mano pensando alle cento che ti ho dato io!” Dario
fa una risata e come un fulmine si mette a lavorare. Non
smette per due mesi filati e alla fine il libro è pronto.
Silenzio.
Si va a incominciare...
ESTRATTO
L’incontro
sul palcoscenico
Sono sempre a Milano e mi trovo a recitare al cinema teatro
Colosseo nella compagnia “Sorelle Nava e Franco Parenti”,
un’equipe tradizionale, un ambiente cosi' lontano
da quello in cui avevo vissuto fino ad allora. Si possono
immaginare le difficolta' di una simile scelta in quel
periodo del dopoguerra, siamo negli anni Cinquanta, e quindi
alterno momenti neri a buone scritture nelle compagnie
di varieta' piu' famose. I personaggi che mi vengono incontro
uno dietro l’altro scorrono come in una sequenza
di film muti, hanno gesti veloci e di colpo rallentati.
Transitano gli adulatori stucchevoli che mi fan la corte
invitandomi a cena con speranza di prosieguo in un letto
e dai quali fuggo come dal pollo fritto imposto da mia
madre.
E vedo anche i compagni di lavoro, quelli pieni di spocchia
e quelli civili e garbati; tra questi c’e' anche Dario:
ma che ci fa qui con noi quel lungagnone dinoccolato e sorridente?
So che ha piantato il Politecnico e perfino un lavoro sicuro
per fare ‘sto mestiere da commediante, Lo intravedo
ogni tanto, che se ne stava spesso in disparte, quasi a evitare
le smancerie e i discorsi cosi' poveri di intelligenza sparsi
sul palcoscenico e fra le quinte.
Questa era la dote che apprezzavo maggiormente in lui, la
riservatezza.
Sono stata io a invitarlo dopo le prove a mangiare qualcosa
in una trattoria, la prima volta. Dario sembrava non accettare
volentieri quell’invito; poi, giacche' io insistevo,
mi svelo' la ragione della sua reticenza: “Non ho un
soldo” disse, “per potermi liberare dal lavoro
e venire alle prove ho dovuto licenziarmi dallo studio di
architettura dove sviluppavo progetti”. E io allegra
risposi: “Mi fa piacere, adoro nutrire randagi, gatti
abbandonati e disoccupati affamati”.
Andammo in una trattoria li' all’angolo e ordinammo
due porzioni di salame, pane e una birra. Per me acqua, sono
astemia. Poi ci accompagnammo l’un l’altra a
casa. Io abitavo dalle parti di Porta Garibaldi, da mia sorella.
Tram non ce n’erano piu', quindi ci avviammo a piedi.
Ci raccontavamo entrambi delle nostre vite, lui del suo lavoro,
il Maggiore, e dell’Accademia in cui aveva studiato;
io della mia compagnia e degli aneddoti piu' gustosi. Ci
scoprimmo a ridere come ragazzini alle reciproche ironie;
lo trovavo davvero spassoso, quel lungone, strabordante di
racconti assurdi e festosi. In particolare se ne usci' con
una frase che mi sorprese: “Mi succede spesso” disse “di
parlare con qualcuno e sentirmi a disagio, perche' le cose
che credo intelligenti e spiritose che vado dicendo, non
vengono raccolte, e allora piano piano mi convinco di non
possedere ne' fantasia, ne' spirito. Invece ogni tanto, come
stasera, mi capita di sentir apprezzare le immagini che propongo,
e di contrappunto ne ricevo altre, da te, che mi incoraggiano
a lasciarmi andare nel fantastico”.
Stop! Eravamo arrivati sotto casa mia, cioe' dove aveva preso
casa mia sorella con il marito Carlo Mezzadri. Ci salutiamo,
un timido sbaciucchio, poi io mi prendo coraggio e propongo: “Senti,
non ho sonno: vengo ad accompagnarti verso la tua casa per
un pezzo. Dove abiti?”
“Vicino alle carceri di San Vittore. Ho affittato una
cella” aggiunge. Rido e l’accompagno prendendolo
sottobraccio: “Andiamo!”
Attraversiamo parco Sempione, allora non c’erano ne'
catene ne' inferriate a impedire l’accesso. E’ una
notte chiara, gli alberi proiettano lunghe ombre che attraversano
i prati. Non c’e' nessuno spazio che ci permetta di
appartarci un poco. All’istante ci troviamo bloccati
da un solco profondo che attraversa l’intero giardino;
dal fosso spuntano canne e arbusti acquatici, ma acqua non
ce n’e'. Piu' avanti c’e' un ponticello che attraversa
il solco, noi scendiamo e ci sistemiamo sdraiati nell’ombra
prodotta dal ponte. Ci abbracciamo.
“E’ una fortuna” dico io “aver scoperto
questo rifugio.”
E lui aggiunge: “Speriamo che non aprano le chiuse
e ci si trovi con l’acqua che ci inonda”.
“No, e' un periodo di siccita', questo: non sprecherebbero
mai tanta acqua per farci uno scherzo del genere!”
C’e' un gran silenzio, torniamo ad abbracciarci felici.
Di colpo sentiamo un fruscio che sale gorgogliando…
“Oh mio dio, hanno mollato la chiusa!” grido
io. “Presto, usciamo!”
Ma non facciamo in tempo, ci arriva addosso una cascata.
Ci appendiamo ai rami di un salice e riusciamo a guadagnare
la riva. Siamo madidi d’acqua.
Ci guardiamo e spruzzandoci l’un l’altra del
nostro sguazzo scoppiamo in una gran risata. |