ESTRATTO dal Cap. 1
L'Artigiano
Ero incantato dal suo viso.
Dalla lucentezza della sua pelle.
Non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso.
Aveva gli occhi di un verde impossibile ed era sicuramente
la donna piu' bella del mondo. Mi guardava dalla pagina
di un giornale mentre pubblicizzava una saponetta di qualita'
superiore.
Imburravo una fetta di pane alle noci leggermente tostato,
spalmato con burro salato e con una marmellata di arance
che avrebbe giustificato una guerra (ti sembra eccessivo
che si combatta una guerra per una marmellata di arance?
Documentati meglio).
Suono' il telefono trasparente che tenevo sul tavolo,
tra l'acqua minerale piu' leggera del mondo e dei corn
flakes che promettevano miracoli per la prostata. Lo guardai.
Il telefono squillo' di nuovo.
Mi ero scordato di staccarlo per gustarmi la marmellata.
Risposi.
"Chi parla?" Chiese una voce femminile.
"Hai chiamato tu. Tocca a te dichiararti per prima," risposi.
Quando voglio sono un po' stronzo. Lo so, ma ho sofferto
da piccolo.
Lei non abbocco'.
"Jose'?"
"Si'."
"Sono contenta di sentirti."
"Anch'io, hai una bella voce."
"Grazie. Tu non mi conosci. Ma io dovevo assolutamente
parlarti. Lo so che e' una telefonata assurda ma dovevo
farla." Pausa.
"Cioe'?"
"Beh, tu non mi conosci ma mi hai molto aiutato..."
"E quando?" Sentivo puzza di scherzo ma la sua
voce era sincera. Se recitava era bravissima. Sembrava
una donna giovane, sui trent'anni, parlava senza accento.
Una ragazza istruita.
"Beh, insomma. Nella tua vita, per motivi che non
conosco, un giorno hai fatto qualche cosa. Un'azione che
non riguardava per nulla me. Non avevi intenzione di fare
qualche cosa di utile per me. Pero' e' successo. Tu inavvertitamente
hai fatto qualche cosa che ha provocato una serie di fatti
che mi hanno salvato letteralmente la vita.
Ho pensato di essere in qualche modo in debito con te e
ho deciso che era giusto che tu lo sapessi. Non so niente
di te, magari sei un depresso che pensa di essere inutile.
Allora ho pensato che il minimo che potevo fare era dirti
che per una serie di casi assurdi la tua sola presenza,
il fatto che a una cert'ora sei passato in un certo posto,
a me ha salvato la vita. Insomma, la tua semplice esistenza
e' stata determinante per la mia."
"Grazie, ma..." Non ero riuscito a infilare una
sola parola nel suo discorso.
"Non fare domande, e' una storia complessa e non e'
ancora finita, non posso dirti niente. Pigliala cosi'.
C'e' una persona nell'universo che ti e' grata e tu non
sai perche'. Non cercare di sapere. Grazie. Ciao, ora devo
andare. Non mi sentirai mai piu' ma grazie."
Feci tempo a dire "Ma..." e mi trovai a interloquire
con l'eco muta delle linee telefoniche in tensione.
Checcazzo di telefonata.
Non capivo dove stesse lo scherzo.
Quando non ho il controllo delle situazioni mi innervosisco.
E non ho quasi mai il controllo delle situazioni, soprattutto
non ce l'avevo in quel periodo. Ero nella merda. Forse
e' proprio colpa del mio eccesso di controllo. Ho utilizzato
tutte le droghe possibili per cercare di perdere il controllo
senza riuscirci mai.
Staccai il telefono perche' non volevo sentire il seguito
di quella stronzata e mi dedicai alla fetta imburrata e
immarmellatata. Era un momento delicato: dovevo percepire
il livello di calore del caffelatte e poi affondare la
punta della fetta dentro quel liquido, lasciando emergere
dalla mia intelligenza inconscia l'impulso a estrarla nell'esatto
istante nel quale era bagnata ma senza che la croccantezza
del pane e la consistenza del burro andassero perdute.
A mangiare il caviale son buoni tutti, basta mettere in
bocca e maciullare. Il pane, burro e marmellata invece
richiedono la perfetta sensibilita' del degustatore. Il
senso del tempo. Pane, burro e marmellata sono un sistema:
una squadra che ha l'obiettivo di portare alla bocca il
burro ancora ghiacciato e per raggiungere questo bersaglio
usa la marmellata a mo' di corazza.
Addentai. Mi godetti l'esplodere del dolce e dell'acido
insieme alla fragranza di un burro ottenuto solo da mucche
con un'attivita' sessuale esagerata, che pascolano per
campi verdi e biologici, curate da contadini che quando
le mungono sussurrano parole d'amore.
La percentuale di caffe' arabico nella miscela di chicchi
del commercio equo e solidale era perfetta, e anche il
crocchismo della fetta di pane andava bene. E le scaglie
delle noci erano anch'esse croccate giustamente e facevano
quasi eco allo scocchiare della crosta tostata.
Ma tutto questo artifizio, duro e amarognolo, tutto questo
burroso freddo scivoloso era un fondale cromatico che tendeva
a sparire, come vuole la legge dell'eccellenza, davanti
alla regalita' di quelle arance quasi caramellate nello
zucchero sandinista grezzo e cooperativo, che si scioglievano
in bocca e che davano fragranza alla mente. E avevano la
buccia. Ma essa evaporava stupefacentemente raggiungendo
la superfice della lingua.
Era un istante perfetto.
Quando giunsi all'ultimo boccone mi fermai, rollai una
canna di marocchino e l'accesi con un movimento lento.
Inspirai profondamente mentre con l'altra mano presi quel
che restava della fetta e la pucciai nel caffelatte. Poi
me la misi in bocca. Cosi' si deve fare se si vuole capire
il senso della vita.
Troppe persone muoiono senza saperlo.
Fu esattamente quella telefonata che piombo' all'improvviso
in mezzo a un pane, burro e marmellata, l'inizio di tutta
la storia. Certamente non potevo intuire dal livello di
agrodolce della marmellata che la mia vita era destinata
a essere completamente squassata.
Quando mi trovai con una pistola in mano a puntarla nel
buio verso un nemico invisibile, non mi ricordai di quel
sapore. Eppure, non so come, sono sicuro che tutto fosse
gia' scritto in quel gusto particolare.
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