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PHIL REES

A CENA CON I TERRORISTI
Incontri con gli uomini più ricercati del mondo

Phil Rees – regista di numerosi documentari per la BBC e autorevole collaboratore di The Independent, The Guardian e di The New Statesman – ha speso buona parte della sua ventennale carriera di inviato di guerra raccontando storie di militanza armata in giro per il mondo.

Perché, sostiene l’autore, “affinchè un giornalista degno di questo nome possa riportare di coloro che hanno scelto di impugnare le armi per ottenere visibilità, è necessario che sia disposto ad ascoltarne le motivazioni, il punto di vista, a conoscerne usi e costumi”. Rees non si definisce un pacifista, piuttosto ritiene che la politica non possa limitarsi prima a dichiarare “guerre al terrore”, poi ad aspettare e vedere che succede: “Mi ritengo, a mio modo, una creatura politica. Gran parte del mio lavoro è stato incontrare i gruppi militanti armati di tutto il mondo e passare del tempo con loro”. E lo ha fatto sempre in prima persona, trascorrendo, per mesi, notti intere con i membri della guerriglia islamica algerina, abitando nelle foreste colombiane con le FARC, gustando tisane con gli Hezbollah libanesi, frequentando i club baschi con giovani militanti dell’ETA, scoprendo come l’amore omosessuale trovi spazio anche tra i mujahedin afghani.

A cena con i terroristi è tutto questo, una testimonianza sobria e illuminante, un avvincente saggio dal tratto romanzesco, un documento prezioso perché, in questi tempi di isterie dilaganti, offre l’altra faccia del “terrore”. E, soprattutto, pone la questione su che cosa sia in effetti il terrorismo, se e come esso possa essere definito. “Una definizione senza speranza”, ha fatto notare recentemente il professor Richard Rubenstein, del ‘Centre for Conflict Analysis and Resolution’ alla George Mason University della Virginia, che aggiunge: “In realtà, il terrorismo rappresenta soltanto la forma di violenza non gradita”. È qui che nasce l’isteria. Non esiste accordo unanime su che cosa si debba intendere per ‘terrorista’, o sull’idea stessa di lotta al terrorismo. In questi anni si è visto come i governi, spesso sostenuti da mezzi d’informazione al loro servizio, invece che invitare alla ragionevolezza abbiano contribuito ad alimentare il panico pubblico, il quale, tra visioni distorte e mancanza di adeguata conoscenza dell’argomento, si diffonde a macchia d’olio e dà adito a considerazioni fuorvianti e pericolose.

“Non sto parlando di chi può avere ragione o torto”, dice Rees, “non voglio certo nobilitare la violenza. Penso solo che essa sia comunque terribile, non importa che a perpetrarla siano la guerriglia o i governi. Le leggi anti-terrorismo emanate dopo l’11 settembre dai governi occidentali hanno costretto il giornalismo ad assumere sempre più un ruolo di osservatore parziale e inerme. Il mondo sarà meno sicuro se l’informazione decide di subire l’influenza della ‘guerra al terrore’. Così, i giovani reporter desiderosi di scoprire la radice delle cause che scatenano le guerre nel mondo non avranno più la possibilità di andare a cena con i terroristi”.

 

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