Introduzione
Una vita intera trascorsa a cercare la verita' aveva insegnato a Herbert
Lionel Matthews che nessuna bugia e' piu' potente del mito, nessuna verita'
piu' fragile di quella che nessuno vuole sentire. Era stato il mito,
ne era convinto, che aveva quasi rovinato i suoi quarantacinque anni
di carriera come editorialista, giornalista e corrispondente: uno dei
corrispondenti esteri piu' influenti e controversi del XX secolo. Erano
state, a suo modo di vedere, le verita' scomode a fare della sua vita
un inferno.
Ora, nell'inverno del 1967, in una villa piena di spifferi sulla riviera
francese, rannicchiato per difendersi dalla brezza dicembrina e dai demoni
del suo passato, Matthews era deciso a domare quei miti e a liberare
quelle verita' fino ad allora respinte. Stava spulciando le cartelle
che aveva portato con se' quando aveva lasciato il New York Times qualche
mese prima; cercava delle prove in grado di dimostrare che aveva avuto
sempre ragione. Poi un giorno s'imbatte' in un pezzetto di carta che
aveva smarrito da tempo e di cui si era quasi dimenticato.
Matthews credeva di averlo perduto per sempre e invece eccolo qua, infilato
in un polveroso album di fotografie di Cuba che non guardava da anni.
Non riusciva a ricordare in quale occasione avesse visto quel pezzo di
carta per l'ultima volta, mentre il ricordo della prima volta era cosi'
vivido come se fosse ancora stampato nei suoi occhi castani un po' spenti.
Di un'intera vita di ricordi straordinari, che abbracciavano decine di
paesi in tutto il mondo, niente superava le tre ore trascorse nella selvaggia
Sierra Maestra della parte sud-orientale di Cuba in compagnia di un giovane
Fidel Castro che sussurrava nelle sue orecchie (ormai fiaccate dai racconti
di guerra) le sue speranze e i suoi sogni per una Cuba che non si sarebbe
mai avverata. Sapendo che in molti non gli avrebbero creduto, Matthews
aveva chiesto a Castro di firmare gli appunti di quell'intervista. Con
una stilografica blu, Castro aveva tracciato la sua firma con sicurezza
e precisione, cominciando con una classica F maiuscola e finendo con
un audace svolazzo, simile alla coda di un aquilone, che avrebbe potuto
fruttargli una bacchettata sulle mani alle scuole cattoliche che aveva
frequentato da ragazzo. Poi ci mise la data: 17 febbraio 1957.
Nei giorni idilliaci della guerra fredda, quando l'America ostentava
la propria potenza militare in tutto il globo e gli americani, appagati,
vivevano come se non dovessero preoccuparsi d'altro che delle rate dell'auto
e dei comunisti, Matthews aveva percorso le montagne quasi impenetrabili
di Cuba e ne era uscito con una sensazionale esclusiva mondiale per la
prima pagina del New York Times: Fidel Castro, che molti avevano dato
per morto mesi prima, era vivo e vegeto e destinato a portare a Cuba
la rivoluzione.
La sua firma, strappata dagli appunti di Matthews, era stampata sotto
una foto che ritraeva Castro mentre sbucava dalla foresta con un fucile
con mirino telescopico e un'espressione di assoluta innocenza. L'intervista
nel nascondiglio di Castro sulla Sierra rappresento' una svolta nella
storia di Cuba e, da ultimo, degli Stati Uniti, perche' segno' l'inizio
dell'ascesa al potere di Castro, facendo sia di lui che di Matthews degli
eroi, almeno per un po'.
Poi, quando Castro abbraccio' il comunismo e l'entusiasmo degli americani
per il giovane ribelle barbuto svani', quello storico incontro fini'
per essere considerato un'impresa inutile, se non qualcosa di peggio.
O Castro aveva manipolato un credulo Matthews, o Matthews, simpatizzando
per lui, si era schierato dalla parte del ribelle. Per anni, dopo quel
fuggevole incontro nella Sierra, Matthews aveva cercato di spiegare la
sua versione della storia, ma quasi nessuno gli aveva creduto, neppure
quelli dai quali si sarebbe aspettato la piena comprensione.
Quando Matthews se ne ando' dal Times, non ci fu nessuna festa di commiato,
niente champagne, ne' discorsi alati o ipocrite pacche di congratulazioni
sulle spalle. Rifiuto' tutto questo, dicendo ai colleghi che festeggiare
il suo pensionamento sarebbe stato come andare al suo funerale. Un sentimento
piuttosto comune, forse, ma nel caso di Matthews la situazione era piu'
complicata, perche' era la sua reputazione a essere quasi morta, vittima
di critiche feroci dall'esterno come dall'interno del giornale. Nella
redazione gli erano rimasti pochi amici. Quando fu ora di andare, spense
semplicemente la luce del suo ufficio al decimo piano della sede del
giornale a Times Square e usci', passando in silenzio attraverso la porta
girevole d'ottone nell'atrio senza guardarsi indietro.
Parti' alla volta dell'appartamento di un amico a Cap d'Antibes, sulla
riviera francese. Negli anni '50, quando Matthews credeva di essere all'apice
della carriera, Cap d'Antibes era considerato uno dei posti piu' seducenti
della terra, una mecca per star del cinema e ricconi, che amavano starsene
sdraiati sotto la sua dolce brezza e gli occhi ammirati degli altri.
Ma ormai la vecchia localita' di villeggiatura non era piu' di moda,
proprio come lui. Magro e penosamente fragile, con occhi imbronciati
e sospettosi, trascorreva gran parte del tempo in casa, lontano dal sole
fuori stagione, a scartabellare i voluminosi fascicoli che aveva portato
con se' per scrivere una biografia di Castro, che sperava avrebbe messo
in chiaro le cose su quest'ultimo e su se stesso.
Il pezzetto di carta con la firma di Castro era la chiave per capire
come tutta la sua vita fosse stata stravolta. E non solo. Rappresentava
la mutevolezza della verita' e la natura imperfetta del giornalismo.
Quella firma era la prova che Matthews aveva visto Castro e aveva parlato
con lui della rivoluzione. Quello almeno era un fatto certo, inconfutabile.
Ma se il ritratto che Matthews aveva fatto di Castro si era rivelato
sbagliato, cio' era dovuto a un suo errore di allora o al fatto che il
carattere complesso di Castro aveva subito delle metamorfosi con il passare
del tempo?
Chi era stato il vero Fidel Castro nel 1957: il giovane che aveva abbracciato
la democrazia prima di firmare gli appunti di Matthews, o il demagogo
comunista che inveiva da cinquant'anni contro l'imperialismo yankee?
Lui aveva fatto cio' che aveva sempre creduto dovesse fare un giornalista:
essere presente dove e quando accadono fatti importanti. Si vantava di
non aver mai riferito nulla della cui veridicita' non fosse stato convinto.
Ma la verita' puo' fare male, e la paranoia da guerra fredda di quei
giorni aveva distorto il concetto stesso di verita'. Gli anni '50 furono
un periodo critico per il giornalismo. La televisione stava diventando
piu' potente al tempo dello scontro di Edward R. Murrow con il senatore
Joseph McCarthy per la sua disastrosa caccia alle streghe contro i comunisti.
E i mezzi di comunicazione tradizionali iniziavano ad abbandonare le
simpatie patriottiche dimostrate nel corso della Seconda Guerra Mondiale
per adottare un atteggiamento di maggiore scetticismo nei confronti del
governo. Matthews, che era diventato una superstar della carta stampata
proprio nel momento in cui i giornali venivano oscurati dalla televisione,
fini' per essere accusato di aver contribuito a portare i comunisti nell'emisfero
occidentale. Fu tacciato di antiamericanismo. E, fatto ancor piu' grave,
quando il suo stesso giornale penso' che era troppo coinvolto in quella
vicenda, gli proibi' di lavorare all'argomento che conosceva meglio di
qualunque altro giornalista del Nord America. Nonostante quel divieto,
Matthews continuo' a riandare alla storia di Cuba. Era d'accordo con
alcuni dei suoi pochi sostenitori, i quali facevano notare che biasimare
lui per quanto era accaduto a Cuba non aveva molto piu' senso che incolpare
un meteorologo della tempesta che aveva previsto. Eppure era proprio
cio' che riteneva fosse accaduto, e questo accresceva la sua determinazione
a sfatare i miti, guardare oltre le leggende e dire la verita'.
E dov'e', esattamente, che finisce il mito e comincia la verita'? Fu
da questa domanda che partii molti anni fa, quando iniziai a occuparmi
degli esordi di Castro come ribelle. Indagare sulla storia di Herbert
Matthews divenne per me un'esplorazione della natura stessa della verita'.
All'inizio del 2001, un redattore del Times mi chiese di preparare un
necrologio anticipato di Castro, un incarico che accettai volentieri,
visti il mio interesse personale per l'America Latina, dove avevo lavorato
come corrispondente estero per il Times, e l'attrazione che esercitava
su di me Cuba, paese tanto problematico quanto affascinante nonche' luogo
di nascita di mia moglie, Miriam, che vi aveva vissuto fino al periodo
immediatamente successivo alla rivoluzione. Io, come la maggior parte
dei giornalisti, ero venuto a conoscenza delle chiacchiere sul fiasco
di Matthews molto tempo prima e sapevo che un necrologio di Castro sul
Times avrebbe dovuto esporre nei dettagli quell'evento cosi' controverso.
C'era pero' qualcosa che m'inquietava. La storia popolare voleva che
Castro avesse fatto marciare i suoi uomini in cerchio intorno a Matthews
per fargli credere di avere un esercito molto piu' grande e che su quel
piccolo stratagemma Castro avesse costruito la sua rivoluzione. Non la
bevevo. Avevo assistito a un simile tentativo di mistificazione nel 1994
nella giungla del Chiapas, in Messico. Un capo mascherato dei ribelli,
che si faceva chiamare Subcomandante Marcos, stava organizzando uno show
politico, che aveva definito Convenzione Nazionale Democratica, subito
prima delle turbolente elezioni presidenziali di quell'anno. Migliaia
di simpatizzanti di sinistra di tutto il mondo sedevano su rozze panche
fatte con rami di alberi in un anfiteatro che gli indi seguaci di Marcos
avevano scavato sul fianco di una montagna. A un certo punto dello spettacolo,
Marcos cerco' di impressionare la folla ordinando ai suoi soldati di
marciare davanti al palcoscenico. Nonostante la musica marziale a tutto
volume e l'enorme folla che mi pressava, riconobbi facilmente lo stesso
malconcio calcio del fucile 22 mm portato da un soldato indiano non appena
mi passo' davanti per la seconda volta. La bandana verde che sporgeva
dalla tasca posteriore di un altro soldato mi confermo' l'imbroglio.
Il tentativo di Marcos di raggirare la folla era cosi' rozzo che stentavo
a credere che qualcuno potesse cascarvi, se non forse i piu' ingenui.
E piu' cose venivo a sapere sul conto di Matthews, meno potevo accettare
l'idea che si fosse lasciato ingannare a quel modo. Lessi i suoi libri,
a cominciare dalla biografia di Castro che scrisse ad Antibes e scorsi
ogni articolo che aveva pubblicato su Cuba, partendo dall'intervista
nella Sierra. Li trovai molto piu' efficaci e molto meno professionali
di quanto mi sarei aspettato. Bruciavano di una passione allo stato puro
che talvolta si concretizzava in un'inequivocabile parzialita' nei confronti
di Castro. Cercai di distinguere la verita' dal mito che si era formato
intorno a Castro e alla rivoluzione e la mia curiosita' si trasformo'
in dubbio. Alcuni aspetti del passato di Matthews suggerivano che fosse
stato un visionario, un simpatizzante socialista che avrebbe anche potuto
sfruttare la propria posizione per promuovere una causa. Ma era anche
scrupolosamente onesto nei suoi scritti e autocritico circa i suoi servizi,
in quanto ammetteva gli errori di fatto, ma insisteva di non aver mai
scritto niente che in quel momento non avesse ritenuto vero. Quella contraddizione
sollevava alcune questioni sulla natura della verita' stessa. Se la verita'
riferita si rivela in seguito qualcos'altro, e' pur sempre una verita'?
E se, come sembra, quei primi resoconti hanno influenzato le decisioni
politiche americane in merito ai rapporti con Cuba e Castro, ne era in
qualche modo responsabile Matthews?
Avevo da poco completato il necrologio di Castro, quando i terroristi
attaccarono New York e Washington. Nei mesi e negli anni successivi cambiarono
molte cose e talvolta sembro' che la verita' stessa fosse stata ridefinita.
Finii per rendermi conto che le difficolta' incontrate da Matthews erano
simili a quelle che erano nell'aria all'inizio del XXI secolo. La guerra
fredda dei tempi di Matthews era simile alla guerra al terrorismo dei
giorni nostri: conflitti non convenzionali che rappresentavano uno scontro
di idee, senza fronti definiti o strategie militari convenzionali. Entrambi
coltivavano il sospetto e dipingevano i dissidenti come nemici: il maccartismo
degli anni '50 aveva ripreso forma nell'ossessione dell'era del terrorismo.
Matthews, pur non essendone mai del tutto consapevole, aveva intuito
fino a che punto l'isteria della guerra fredda avesse distorto la politica
estera americana. In quanto corrispondente esperto che aveva seguito
con energia e coraggio l'invasione italiana dell'Etiopia, la guerra civile
spagnola e tutta la Seconda Guerra Mondiale, conosceva bene le armi di
guerra. I suoi articoli dimostravano che era un acuto osservatore, uno
scrittore disinvolto e un reporter attento, uno che Ernest Hemingway
una volta descrisse come "audace come un tasso". Via via che
procedevo nelle mie ricerche, mi riusciva sempre piu' difficile immaginare
che un uomo simile si fosse lasciato raggirare da Castro. La questione
divenne quindi ancora piu' complessa, perche', se non era stato ingannato
da Castro, aveva forse parteggiato per lui sin dall'inizio, distorcendo
la realta'?
Quando la guerra al terrorismo sfocio' nella guerra all'Iraq (senza che
le armi di distruzione di massa venissero mai ritrovate), i giornali,
e in particolare il Times, finirono sotto attacco. Dapprima tocco' a
un giovane reporter di nome Jayson Blair, che aveva deliberatamente ingannato
i suoi lettori e direttori. In quel caso, disse il Times, si era "toccato
il fondo dei 152 anni di storia del giornale". Poi, due anni dopo,
una delle giornaliste di spicco del quotidiano, Judith Miller, fu coinvolta
nelle indagini a causa di una fuga di notizie dalla Casa Bianca che sollevarono
nuove questioni circa i suoi servizi fuorvianti, prima della guerra,
a proposito delle armi di distruzione di massa in Iraq. Fu oggetto di
feroci critiche per essersi fidata di una fonte irachena discutibile,
Ahmed Chalabi, e di funzionari dell'Amministrazione Bush che, a quanto
pareva, avevano cercato di servirsi di lei per promuovere la guerra. "Se
le tue fonti sono sbagliate, sei tu che sbagli", ha affermato la
Miller, e una simile dichiarazione sembra richiamare alla memoria i servizi
di Matthews su Castro di quasi mezzo secolo prima. Durante i dibatti
che seguirono alle rivelazioni su Blair e la Miller, si fece spesso il
nome di Matthews insieme a quello di un altro controverso corrispondente
del Times, Walter Duranty. I direttori del Times presero le distanze
dal lavoro di Duranty in Unione Sovietica e dal Pulizer che vinse nel
1932 per alcuni articoli che simpatizzavano eccessivamente con il regime
di Stalin; costrinsero Blair a dimettersi, e cosi' pure la Miller, dopo
averla criticata pubblicamente, mentre nulla era stato detto a proposito
di Matthews.
Uno degli obiettivi della mia indagine era scoprire se Matthews avesse
meritato di essere incluso nella stessa categoria di Duranty e Blair,
e poi di Judith Miller. Prima di lasciare il Times, Matthews aveva ammesso
di essere effettivamente l'uomo che aveva inventato Fidel. E ne era fiero,
convinto che quel suo atto creativo permettesse a lui, piu' che a ogni
altro giornalista, di essere in prima linea nella ricerca della verita'.
Essendo interessato alla storia dei rapporti degli Usa con l'America
Latina, avevo bisogno di conoscere il ruolo avuto da Matthews nel processo
che aveva trasformato in uno dei nostri piu' acerrimi e pericolosi nemici
un paese che di diritto avrebbe dovuto essere una nostra nazione confinante.
Mi ritrovai in una situazione particolare nei confronti di Matthews,
che non ho mai conosciuto. Il mio primo articolo sul Times apparve un
anno dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1977. Ma, mentre preparavo il
necrologio che avrebbe annunciato la scomparsa di Castro, dovevo capire
come Matthews l'avesse risuscitato dai morti. Dovevo sapere se Matthews
era caduto nella trappola di credere che non ci fosse altra verita' se
non la versione dei fatti da lui stesso fornita. Fino alla sua morte,
Matthews fu fermamente convinto che la storia avrebbe riabilitato lui
e la sua reputazione, senza rendersi conto che, mezzo secolo dopo, la
sua intervista a Castro sarebbe rimasta tanto controversa quanto allora,
un momento singolare della paranoia da guerra fredda che sopravvive come
sigillata in una bottiglia che galleggia da sempre nel mare della retorica
e delle recriminazioni.
Qualunque cosa Matthews abbia scritto successivamente di Castro e della
propria vita, il racconto torna sempre a quei giorni del 1957, quando
soltanto lui sapeva con certezza se Castro era riuscito a sopravvivere
al pasticcio che definiva la sua invasione di Cuba.
Capitolo 1
Si è mai visto niente di più assurdo?
Sabato, 1 dicembre 1956
Al largo della costa sud-orientale di Cuba
Erano in ascolto.
Soffocati dall'oscurità di quella notte invernale, erano in ascolto,
tendendo le orecchie per sentire la voce che si faceva sempre più flebile.
"Aquí! Aquí! Aquí!"
L'acqua era nera quanto la notte era fitta, una coperta perfetta che
assorbiva ogni barlume di luce e deviava ogni suono. Per una settimana,
gli ottantadue uomini pressati a bordo della malconcia imbarcazione da
diporto da sessantuno piedi avevano tenuto a freno la lingua, esprimendosi
con niente altro che sussurri per non attirare l'attenzione delle pattuglie
organizzate da Fulgencio Batista, il dittatore cubano che avevano giurato
di rovesciare. Ora, in preda al panico, maledicevano la notte e il mare
che aveva preso uno di loro.
"Qui!" La voce si affievoliva sempre più, come il rumore
dei passi che si perde in fondo a una via. Soltanto quelli che gli stavano
più vicini sapevano che si trattava di Roberto Roque, che si era
arrampicato sul tetto sdrucciolevole della cabina di comando in cerca
di uno sprazzo di luce. Secondo i loro calcoli, il faro di Cabo Cruz,
sulla cima ricoperta di fitte foreste della Provincia d'Oriente, a circa
800 chilometri a est dell'Avana, avrebbe dovuto lampeggiare all'orizzonte.
Roque si era sporto reggendosi a una sbarra fissata all'antenna della
barca, nel tentativo di cogliere un qualunque bagliore, che segnalasse
agli uomini speranzosi il loro approssimarsi a terra. Ma non si vedeva
nulla.
Il fatto che sembrassero incapaci di ritrovare la strada di casa era
un segno di quanto fosse improbabile la loro missione. Dopo tutto, Cuba è di
gran lunga l'isola più grande dei Caraibi, con 3710 chilometri
di coste e varie catene montuose, compresa l'impervia Sierra Maestra
nella provincia d'Oriente, con il Pico Turquino che sovrasta ogni cosa.
L'isola si distende sulle acque color acquamarina dei Caraibi come il
fumo di un falò, ondeggiando in direzione delle coste statunitensi
che incutono soggezione. E come il fuoco, è calda ed eterea, dalla
seducente Santiago de Cuba, a est, alla sofisticata Avana a ovest. Nel
mezzo ci sono fattorie, spiagge, ferrovie, fabbriche, musei, teatri dell'opera,
donne vestite elegantemente e astuti uomini d'affari dai capelli scuri,
un intero mondo esotico e magico a sé stante. E non riuscivano
a trovarla.
Roque aveva iniziato a calarsi sulla massa di braccia e gambe aggrovigliate
come funi sul ponte proprio nel momento in cui un'onda aveva scosso la
vecchia barca. E aveva perso la presa.
"Fermate i motori", gridò qualcuno. Tutti gli uomini
che riuscivano ad alzarsi si sporsero fuori bordo, ma era come guardare
nel pozzo di una miniera.
"Qui!"
Il pilota dominicano, Pichirilo Mejiás, fece forza sul timone
per far girare la vecchia imbarcazione, guidato soltanto dalla speranza.
Continuò a girare e girare, ma inutilmente. Come potevano trovare
la testa di un uomo che faceva su e giù come una noce di cocco
nell'acqua, quando non riuscivano neanche a localizzare la costa frastagliata
di Cuba? Gli uomini erano stanchi, e affamati, e non ne potevano più del
mare che li aveva torturati negli ultimi sette giorni quando, partiti
da Tuxpan, in Messico, avevano attraversato il Golfo fino alle acque
al largo della costa sud-orientale della loro seducente madrepatria.
Erano già disperatamente in ritardo. Avevano ascoltato alla disturbata
radio di bordo come l'insurrezione che avrebbero dovuto avviare fosse
iniziata senza di loro a Santiago de Cuba per estinguersi rapidamente.
Mentre i compagni venivano arrestati o assassinati, loro erano rimasti
in alto mare per due giorni.
"Qui!"
La voce di Roque era svanita quasi completamente e molti degli uomini
cominciavano a farsi prendere dal panico. Stava andando tutto storto
e ancora non avevano sparato neppure un colpo. Tutti quegli uomini avevano
giurato di dare tutto, compresa la vita. A quello si erano esercitati,
in Messico, agli ordini del vecchio colonnello spagnolo che li aveva
addestrati a maneggiare un fucile e a marciare per giorni senza lamentarsi.
A quello si erano preparati quando caricavano armi e munizioni sullo
yacht mangiato dai vermi che l'ex proprietario americano aveva affettuosamente
battezzato Granma, nonna. Su quello si erano concentrati mentre si tenevano
lo stomaco e chinavano la testa nei secchi quando i venti di El Norte,
a quaranta nodi, scuotevano la loro barchetta sbattendola come un giocattolo
da un'onda alla successiva, per gran parte del tragitto dal Messico.
Ora, con le ginocchia molli e puzzolenti di vomito e carburante, non
erano preparati all'idea che uno di loro morisse senza aver combattuto.
Erano passati quarantacinque minuti, ognuno dei quali aveva contribuito
a rafforzare il tremendo pensiero che la missione stessa, così come
Roque, fosse condannata. Poi, quando ormai temevano di doverselo lasciare
alle spalle, il comandante ordinò di accendere il riflettore,
anche se ciò avrebbe rivelato la loro posizione. Sentirono di
nuovo la voce di Roque, molto più debole, e più impaurita
che pressante.
"Qui!"
Mejiás, il pilota, fu il primo a individuarlo e poi molti altri
si diedero da fare per ripescarlo. Lo tirarono a bordo, grondante acqua
gelida e paura. Ancora una volta, a quel che sembrava, la sfortuna aveva
minacciato la loro missione dimenticata da Dio, ma erano riusciti a evitare
il disastro. Guardarono il loro jefe per essere rassicurati. Fidel Castro
appariva sempre risoluto e così andarono avanti.
Tutti quei giri per trovare Roque avevano confuso il pilota e portato
la barca ancor più fuori rotta. Quando le vedette scorsero finalmente
i bagliori del faro di Cabo Cruz, i primi fili del giorno avevano già cominciato
a serpeggiare tra le tenebre. Una foschia bluastra aderiva alla superficie
del mare mentre scivolavano in acque meno profonde. Il profilo vago degli
alberi li squadrava attraverso l'alba grigia. Silenziosamente, lo scafo
di legno della Granma grattò il fondale sabbioso e sbandò arrestandosi,
incapace di procedere oltre o di disincagliarsi.
Un centinaio di metri li separava ancora dai primi alberi, che scorgevano
in lontananza mentre si strappavano di dosso gli abiti maleodoranti e
indossavano le nuove uniformi color grigioverde con lo stemma rosso e
nero del Movimento 26 luglio sulla spalla. S'infilarono gli stivali nuovi.
Aprirono alcune scatole e Castro distribuì loro fucili e pistole
che odoravano ancora dell'olio da imballaggio.
Nonostante lo stato miserevole dei suoi uomini e il danno già provocato
dai suoi limiti logistici, Castro rimaneva fiducioso. Il pensiero di
rimettere piede sul suolo cubano dopo quasi diciotto mesi di esilio lo
aiutava a dimenticare tutto ciò che era andato storto. Quegli
inconvenienti erano insignificanti in confronto a quanto stavano per
compiere. Per la prima volta nella sua storia lunga e travagliata, Cuba
sarebbe stata liberata da tutte le catene coloniali. Non avrebbe dovuto
più sopportare il giogo spagnolo che aveva fatto di Cuba la prima
delle colonie spagnole nel Nuovo Mondo e l'ultima che quell'impero ormai
decrepito aveva ceduto (e soltanto dopo aver perso la guerra con gli
Stati Uniti nel 1898). E Cuba non sarebbe stata più la pseudo-colonia
americana corrotta che si era venuta a creare in seguito alla partenza
degli spagnoli, con Washington che sosteneva un Presidente disonesto
dopo l'altro. No, la rivoluzione che stavano per avviare avrebbe liberato
Cuba una volta per tutte e, sebbene non ne avesse ancora elaborato l'esito
finale, né valutato realisticamente come (e da chi) sarebbe poi
stata governata, Castro si rendeva conto che la sua rivoluzione sarebbe
stata una battaglia di idee come quella mossa dal suo eroe José Martí.
Non aveva bisogno di un esercito più grande di quello di Batista.
Per la sua guerra gli servivano soltanto cuori intrepidi e voci stentoree
per esortarli.
Aveva una vaga idea di ciò che avrebbe fatto dopo la vittoria,
e degli ideali che avrebbero trionfato, ma nessun piano definito sul
modo in cui avrebbe guidato Cuba. Quello sarebbe venuto dopo. Ora ciò che
gl'interessava era tener fede al giuramento fatto nel 1955, nel corso
di un viaggio a New York per raccogliere fondi, e poi ripetuto dovunque
andasse. "Per la fine del 1956 saremo liberi o saremo dei martiri",
aveva promesso seriamente. Ed era quasi l'alba del 2 dicembre 1956.
La Granma giaceva senza vita sull'acqua. Il "dinghy", stracolmo
di attrezzature e provviste, pendeva da un lato, poi s'inclinò pericolosamente
e si rovesciò, affondando immediatamente e portando con sé molte
delle provviste su cui gli uomini contavano per sopravvivere. Non ebbero
il tempo di far altro che saltare in acqua. Persino i più leggeri
affondarono fino alle anche e tutti dovettero tenere i fucili alti sopra
la testa. Erano approdati nel posto sbagliato. Anziché sbarcare
sulla riva sabbiosa dove era previsto che alcuni simpatizzanti li attendessero
con camion, armi e provviste, erano finiti in una palude coperta di mangrovia
che si avvinghiava agli stivali e sferzava loro mani e braccia, facendo
di ogni passo una lotta.
Era mattina ed erano pericolosamente esposti. Batista temeva un'invasione
del genere e aveva allertato l'esercito. Da una chiatta di passaggio
avevano riferito che la Granma si era incagliata in una zona in cui nessun
navigatore nel pieno delle proprie facoltà mentali avrebbe cercato
di approdare, a meno che non intendesse nascondersi. Con Santiago sotto
il suo controllo, il comandante locale dell'esercito riteneva che si
trattasse dell'invasione che tutti stavano aspettando. Gli aerei militari
trovarono la Granma, ma non riuscirono a localizzare le forze d'invasione
nel folto delle mangrovie. Volarono a bassa quota sulla zona, mitragliando
indiscriminatamente le cime degli alberi. Nascosti dalla fitta foresta,
gli uomini di Castro potevano praticamente vedere all'interno dell'abitacolo
degli aerei che passavano rombando sopra di loro.
Verso le sette del mattino del 2 dicembre, circa tre ore dopo aver lasciato
la Granma, i primi ribelli uscirono barcollando dalle mangrovie e si
lasciarono cadere sulla fine sabbia bianca. Si riposarono soltanto un
attimo, prima di ricevere l'ordine di raggiungere rapidamente i boschetti
al margine della spiaggia. Si avvicinarono alla capanna di un contadino.
Nessuno sapeva se l'uomo avesse mai sentito parlare di Fidel Castro e
furono sollevati quando questi offrì loro cibo e acqua. Si fermarono
un momento a scrostare il fango dalle loro uniformi. Juan Manuel Márquez,
uno dei capitani di Castro disse: "Non è stato uno sbarco, è stato
un naufragio" e gli altri risero. Stavano per gustare ciò che
il contadino aveva offerto loro quando udirono alcune esplosioni. Non
avrebbero saputo dire se si trattasse di un bombardamento aereo o se
a sparare fossero i lunghi cannoni di un cutter della guardia costiera,
ma le esplosioni si facevano più vicine e loro non sapevano assolutamente
dove andare.
Domenica, 2 dicembre 1956
L'Avana
Un'altra domenica all'Avana. La città vecchia pulsava di una dolce
pigrizia che riempiva le strade bianche come l'eco del clip-clop di un
carro trainato da un cavallo. Da tempo la domenica non era riservata
ad alcuna attività rilevante ne La Capital, se si esclude l'andare
a messa o far visita alla famiglia. Per tutti coloro che non erano legati
a nessuno di questi potenti poli della vita cubana, la domenica era un
giorno come gli altri, ma più corto perché si poteva dormire
qualche ora in più.
Era già trascorsa mezza giornata; nel primo pomeriggio R. Hart
Phillips arrivò nell'ufficio del New York Times al secondo piano
dell'antico edificio in stile spagnolo in via Refugio, nei pressi del
palazzo presidenziale dell'Avana. Nessun corrispondente americano a Cuba
conosceva quel paese meglio della Phillips, la quale utilizzava soltanto
la prima iniziale del suo nome - Ruby - per sviare quanti non si sarebbero
fidati di un corrispondente di sesso femminile (in quell'epoca ci si
aspettava che le donne si limitassero a scrivere di cronaca rosa). Le
era stata offerta l'opportunità di quel lavoro perché un
posto come Cuba aveva soltanto una parte secondaria nel grande dramma
della guerra fredda. L'attenzione degli Stati Uniti era rivolta all'Unione
Sovietica e alla repressione del comunismo ovunque minacciasse di saltare
fuori.
L'America Latina era controllata in larga misura da dittatori di destra.
L'interesse per la regione divampò per un breve periodo nel 1953,
quando il Presidente del Guatemala, Jacobo Arbenz, assunse atteggiamenti
da comunista e la CIA orchestrò un colpo di stato per sostituirlo.
Ma Cuba era considerata sufficientemente sicura: Batista, un ex sergente
meticcio, senza dubbio corrotto, la governava con un pugno di ferro.
Era salito al potere per la prima volta nel 1933 e da allora era stato
in carica più volte.
Sebbene ci fossero stati dei comunisti nei suoi primi governi, Batista
li aveva scacciati dopo aver organizzato un secondo colpo di stato nel
1952. Washington lo tollerava fintantoché collaborava a soddisfare
le esigenze americane, e si aspettava che un presidente cubano sapesse
quali fossero queste esigenze, anche se non gli venivano espressamente
comunicate. Gli Stati Uniti, pur essendo coinvolti direttamente nel controllo
di Cuba da quando i Rought Riders di Theodore Roosevelt avevano assaltato
la collina di San Juan nel 1898, avevano resistito alla tentazione di
annettersi l'isola, come alcuni imperialisti nascenti esortavano a fare.
Tuttavia, Washington aveva trovato un'alternativa quasi altrettanto soddisfacente.
Il Platt Amendment del 1903 alla nuova costituzione di Cuba concedeva
a Washington il diritto di intervenire negli affari cubani, facendo di
quella nazione, in pratica, un burattino nelle mani degli Stati Uniti
e ritardando ogni significativo cambiamento del suo ordine sociale. Truppe
americane sbarcarono varie volte sulle spiagge cubane prima che l'emendamento
fosse formalmente abrogato dal Presidente Franklin D. Roosevelt nel 1934.
Ma anche in seguito, l'ambasciatore americano all'Avana rimaneva uno
degli uomini più importanti di Cuba, per certi versi perfino più potente
di chiunque sedesse nel palazzo presidenziale. I funzionari e i giornalisti
americani avevano di Cuba la stessa opinione della maggior parte degli
americani che vi si recavano per divertirsi e giocare d'azzardo: un'appendice
amica e familiare degli Stati Uniti.
Ruby Phillips conduceva una vita agiata all'Avana. Brusca e severa, era
un fascio di energia nervosa avvolto dal fumo delle immancabili sigarette.
Si era abituata a vivere quasi solo di latte per varie settimane di seguito
a causa dell'ulcera, che credeva fosse dovuta al suo lavoro. Conosceva
presidenti e generali e tutti, a quanto pareva, conoscevano Ruby. Ecco
perché era così furiosa quando, appena arrivata in ufficio
quella domenica pomeriggio, più per dovere che per necessità,
ricevette un messaggio di un redattore del Times che voleva saperne di
più su un pezzo diffuso quella mattina dall'agenzia di stampa
United Press. L'articolo sosteneva che dei ribelli, guidati dall'enigmatico
Fidel Castro, avevano cercato d'invadere l'isola ma erano stati sgominati
appena sbarcati. La Phillips era abituata a ricevere in anticipo le soffiate
dalla sua rete di informatori, ma questa volta la rete aveva fallito
e non sapeva assolutamente nulla di quell'invasione. Chiamò il
suo contatto a Manzanillo, sulla costa sud-orientale di Cuba, e questi
le disse quel poco di cui era a conoscenza: si stavano diffondendo rapidamente
delle voci secondo le quali Castro era arrivato dal Messico su una piccola
imbarcazione. L'esercito sosteneva di aver ucciso quasi immediatamente
sia lui che la maggior parte dei suoi uomini.
La Phillips in poco tempo ebbe la conferma che l'invasione era effettivamente
avvenuta. Dal quartier generale dell'esercito seppe che il generale Pedro
Rodríguez Ávila, ufficiale comandante di quell'area, aveva
ordinato agli aerei di mitragliare e bombardare la spiaggia e la palude
ricoperta di mangrovia dove erano sbarcati gli insorti. I militari sostenevano
di averne uccisi quaranta, compreso lo stesso Fidel e suo fratello minore,
Raúl. Mentre faceva le sue telefonate, la Phillips maledisse Castro.
Per una qualche ragione, questi sceglieva sempre le domeniche - il giorno
in cui era più difficile trovare qualcuno in grado di confermare
qualsiasi informazione - per avviare le sue rivoluzioni. Aveva scelto
il 26 luglio 1953 - una domenica mattina - per attaccare la caserma della
Moncada a Santiago, la seconda installazione militare di Cuba per armamenti
e sorveglianza.
Era un weekend di carnevale e aveva sperato di sorprendere le guardie
nel sonno dopo i bagordi della notte precedente. Ma il piano fallì rapidamente
e i soldati ebbero facilmente la meglio sugli invasori. Fidel e Raúl
furono catturati e, dopo un processo che fece scalpore, vennero condannati
entrambi alla reclusione sull'isola dei Pini (Raúl avrebbe scontato
tredici anni, Fidel quindici). Là erano rimasti fino a che Batista
non aveva ceduto alle pressioni dei gruppi di opposizione che chiedevano
il rilascio di centinaia di prigionieri politici, tra cui i fratelli
Castro. Pensando di avere poco da temere da quei rivoluzionari falliti
che avevano portato a morire tanti loro seguaci, Batista firmò l'amnistia.
I fratelli uscirono di prigione nel maggio 1955, più fanaticamente
votati alla rivoluzione di prima.
Ora, poco più di un anno e mezzo dopo la liberazione di Castro,
la Phillips era di nuovo sulle sue tracce. Chiamò il giornalista
dell'altra agenzia di stampa all'Avana, che lavorava per l'Associated
Press, ma costui non sapeva niente di più della United Press.
Non essendo in grado di confermare la morte di Castro, la Phillips disse
ai suoi direttori a New York di nutrire dei dubbi su quella notizia.
Era frustrante per lei sapere di non avere molta influenza a New York,
e di certo non poteva uguagliare l'autorità di un Herbert Matthews,
che sicuramente le sarebbe stato addosso una volta che avesse avuto notizia
dell'invasione. Se fosse stato lui a dire ai direttori di non pubblicare
la notizia diffusa dall'UP, sicuramente questi si sarebbero astenuti;
ma Ruby non godeva di quel privilegio. Le notizie grosse scarseggiavano
in quella domenica di dicembre e i direttori dell'edizione del weekend
avevano deciso di utilizzare quel servizio sensazionale anche per i particolari
che conteneva. Il corrispondente dell'UP, Francis L. McCarthy, aveva
riferito che l'esercito era riuscito a identificare i resti di Fidel
e di suo fratello dai documenti trovati sui loro cadaveri crivellati
di colpi.
Nonostante i suoi molti anni all'Avana - era diventata corrispondente
quando il marito, James Doyle Phillips, che seguiva Cuba per il Times,
era morto in un incidente automobilistico nel 1937 - Ruby Phillips non
riuscì a convincere i suoi direttori ad aspettare finché non
avesse verificato i fatti. La notizia uscì sull'edizione del lunedì mattina
in cima alla prima pagina. L'articolo proseguiva nelle pagine interne
ed era affiancato da una delle prime fotografie di Castro apparse su
un giornale. La didascalia ne annunciava la morte. Pochi, all'Avana,
sapevano cosa fosse accaduto sulla spiaggia in Oriente ed erano ancora
meno quelli scioccati dall'idea che Castro avesse condotto i suoi seguaci
a un'altra disfatta. Proprio come alla Moncada, dicevano. Ma che cosa
avrà pensato mai? In quel momento, alla fine del 1956, Cuba sembrava
un posto altamente improbabile per una rivoluzione. Il turismo prosperava
e la Phillips aveva appreso dalle sue interviste a importanti imprenditori
che gli indicatori economici erano favorevoli come sempre. Cuba era ancora
un paradiso, un paradiso corrotto forse, ma molti cubani ci vivevano
bene. Una rivoluzione in un momento in cui tutto andava bene... era sconcertante.
Lunedì, 3
dicembre
New York
Herbert Matthews arrivò nel suo ufficio in Times Square quel lunedì mattina
e lesse con incredulità le notizie provenienti dall'Avana. Non
se l'aspettava, non così presto, almeno. Quell'uomo alto, magro
e leggermente curvo, che faceva parte del consiglio editoriale del giornale,
non conosceva Cuba quanto Ruby Phillips, ma di solito aveva un buon fiuto
giornalistico per le situazioni più scottanti. Aveva visitato
l'isola alcune volte dal colpo di stato di Batista nel 1952 ed era rimasto
moderatamente impressionato dal pragmatismo del dittatore. Quando era
diventato editorialista nel 1949, l'America Latina non rientrava tra
le aree di sua competenza; ben presto, però, aveva scoperto che
nessun altro aveva interesse a scrivere di quell'emisfero perché esso,
praticamente, non aveva alcun ruolo nella guerra fredda, e così si
era autoproclamato esperto della regione. Portò la moglie Nancie
in giro per l'America Centrale e Meridionale, fermandosi a far visita
ai Presidenti e a tastare il polso delle capitali, da Montevideo a Città del
Messico. Era uno dei piccoli trucchi con cui poteva compensare il fatto
di aver dovuto rinunciare al lavoro che era stato la passione travolgente
della sua vita.
Come uno dei più audaci corrispondenti esteri del giornale negli
anni '30 e '40, Matthews si era ritrovato al centro di quasi tutti i
grandi conflitti del mondo occidentale. Aveva assistito all'invasione
italiana dell'Etiopia e all'ascesa del fascismo. Era sul campo durante
la guerra civile spagnola e successivamente aveva coperto lo sbarco alleato
in Italia, aveva riferito delle difficoltà del governo britannico
in India e, da Londra, aveva seguito la ricostruzione postbellica dell'Europa.
Nel 1949, un cuore malato e l'avanzare dell'età lo avevano costretto
a rientrare a New York.
Ma non si trattava di una punizione. A Matthews era stato assegnato un
ufficio spazioso al decimo piano del Times Building ed era libero di
viaggiare, pensare e scrivere. Non gli era consentito firmare la maggior
parte degli articoli che scriveva (come, d'altra parte, non era permesso
ai colleghi). Tuttavia, la sua nuova posizione lo avvicinava per quanto
possibile a quel mondo accademico di cui, in cuor suo, era sempre stato
convinto di fare parte.
Matthews, però, era uno studioso con un limite invalicabile, un
intellettuale con le dita sporche d'inchiostro e, nel cuore, l'inclinazione
di un soldato a esporsi al pericolo. Sebbene fosse al giornale dal 1922
e considerasse New York casa sua, si sentiva un estraneo a lavorare in
quel palazzo dopo aver trascorso tanti anni all'estero. Per lui, la regola
fondamentale del giornalismo era trovarsi là dove accadevano i
fatti. Essere costretto a presentarsi in ufficio ogni giorno violava
l'immagine che aveva di se stesso: quella di un corrispondente purosangue.
Era ancora libero e pronto per l'avventura quando era tornato a New York
e certamente non aveva intenzione di abbandonare per sempre l'attività di
inviato. Conoscendo lo spagnolo ed essendo esperto di affari europei,
Matthews scriveva sia editoriali che articoli su quella regione. In tal
modo violava la politica consolidata del giornale che prevedeva la separazione
tra notizie e opinioni, ma aveva la benedizione dell'editore, Arthur
Hays Sulzberger. Anni prima, Matthews si era prefisso di diventare amico
di Sulzberger e di sua moglie, Iphigene, che aveva voluto come madrina
del figlio, Eric.
L'anzianità di servizio di Matthews, la sua vasta esperienza al
fronte e i suoi modi imperiosi facevano sì che pochi osassero
ostacolarlo. Quando lesse del disastroso tentativo di invadere Cuba,
Matthews non sapeva praticamente nulla di Castro, ma era fermamente convinto
della storica instabilità dell'isola. Con l'articolo sul fatale
fiasco ancora ben impresso nella mente, Matthews scrisse un editoriale
in cui arrivava a un'inevitabile conclusione: il popolo cubano sembrava
possedere una natura particolare che sollecitava la violenza e precludeva
ogni possibilità di raggiungere una stabilità duratura.
In quell'editoriale, pubblicato il giorno seguente, Matthews interpretava
la tentata invasione come un altro sintomo psicologico che rivelava come
quel paese gestisse già con eccessiva incertezza la propria indipendenza
per votarsi davvero alla democrazia. Quanto a Castro, Matthews non scorgeva
nulla d'impressionante nel suo strampalato complotto, che definiva "patetico".
Derideva quell'invasione e il modo in cui il leader ribelle ne aveva
annunciato anticipatamente l'attuazione. "Si è mai visto
niente di più assurdo?", chiedeva. Matthews aveva assistito
alla sua buona dose di invasioni e insurrezioni e non vedeva nulla di
cui rallegrarsi in quell'ultimo incidente. Non era convinto che le notizie
iniziali circa la morte di Castro potessero essere prese per vere, soprattutto
dopo che il portavoce di Batista aveva definito l'intera operazione un
altro trucco propagandistico dei fratelli Castro.
Matthews esprimeva un giudizio relativamente positivo su Batista, perché la
sua presidenza aveva ridato stabilità economica a quell'imprevedibile
paese. Ma lo criticava per il colpo di stato del 1952 e ne condannava
le tattiche intimidatorie nei confronti dell'opposizione. Concludendo
l'editoriale, Matthews, con una valutazione avventata, negava a Castro
ogni possibilità di successo: "Come poteva una rivoluzione
annunciata in anticipo avere successo contro un regime come quello del
generale Batista, che controlla un esercito che gli è fedele?
Non c'era la benché minima speranza che una rivolta del genere
potesse riuscire nelle circostanze attuali".
Martedì, 4
dicembre
L'Avana
Ruby Phillips trasse una piccola soddisfazione dalle ultime informazioni
provenienti dal palazzo. Il portavoce di Batista aveva smentito le prime
notizie secondo cui Castro era stato ucciso nella provincia d'Oriente,
dimostrando che i direttori della giornalista avrebbero dovuto darle
retta e non pubblicare in prima pagina la notizia d'agenzia non confermata
a proposito dell'invasione. I suoi dubbi si erano moltiplicati quando
aveva scoperto che l'unica fonte dell'UP era un pilota cubano zelante,
eccessivamente entusiasmato dal suo stesso eroismo. Il pilota aveva addirittura
fornito al corrispondente dell'UP l'ubicazione delle fosse poco profonde
a Punta de Las Coloradas dove sarebbero stati sepolti i corpi di Castro
e degli altri ribelli. Tutte le informazioni si erano rivelate false,
come la Phillips aveva sospettato. Il cadavere non era quello di Fidel.
Ma allora, lui dov'era? Era mai stato a bordo di quello yacht decrepito?
Ruby aveva sentito voci secondo le quali Castro si trovava ancora in
Messico.
La Phillips non lasciò il suo ufficio all'Avana per indagare.
Di rado lo faceva. Dopo aver vissuto per più di trent'anni in
quella città, credeva che fosse più importante sapere cosa
stesse accadendo che verificarlo con i propri occhi. Si mise in contatto
con le sue fonti nella provincia d'Oriente e al palazzo presidenziale.
Queste le fornirono informazioni sufficienti per scrivere nei giorni
successivi una serie di articoli che illustravano con dovizia di particolari
la caccia ai ribelli da parte dell'esercito; il gruppo, che in un primo
momento si riteneva composto da un numero imprecisato di uomini che oscillava
tra i 120 e i 400, si stava dirigendo a est dalla costa verso il cuore
della Sierra Maestra. Batista si preoccupava così poco di Castro
che non aveva neanche interrotto una partita a canasta. Lo considerava
un gangster con idee politiche folli. Era convinto che fosse un comunista.
Già solo quel fatto, pensava Batista, bastava a garantirgli l'appoggio
degli americani per tutto il tempo in cui sarebbe rimasto in carica.
Batista aveva già almeno 600 uomini schierati sulle colline pedemontane
della Sierra Maestra, a cui si sarebbero aggiunte altre centinaia di
soldati per rafforzare la linea di sicurezza intorno a quelle impervie
montagne. Agli aerei militari era stato ordinato di sganciare volantini
che esortavano i ribelli ad arrendersi. Contadini locali che incontravano
gruppi di ribelli nei boschi ne comunicavano la posizione alle autorità militari.
Il governo mostrò perfino uno degli insorti catturati, José Díaz
di Pinar del Rio: questi affermò che Castro gli aveva sparato
a un fianco quando aveva cercato di arrendersi. Alla fine della settimana,
la Phillips riferiva che i ribelli sopravvissuti, "attaccati implacabilmente
dalle truppe governative", erano prossimi alla resa.
Venerdì, 28
dicembre
New York
Alla fine del 1956, la maggioranza degli americani la pensava, a proposito
di Cuba, come Robert Wagner. Il popolare sindaco di New York smontò prima
dal lavoro quel pomeriggio del 28 dicembre, un venerdì, e ordinò all'autista
della sua limousine di portare lui e la sua famiglia all'Idlewild Airport,
dove avrebbero preso un volo diretto per l'Avana. Sarebbero arrivati
a Cuba in tempo per la cena e avevano in programma di rimanervi per una
settimana di svaghi e relax. La morte di Fidel e l'eliminazione delle
sue forze ribelli sembravano aver reso di nuovo sicura l'isola, spazzando
via ogni motivo di preoccupazione. La Russia e la Cina erano posti pericolosi.
E così pure l'Europa dell'Est, e l'Ungheria in particolare. Ma
Cuba no.
Cuba era ancora un paese fantastico, un paradiso esotico grande circa
quanto l'Ohio, che si poteva trattare come un campo da gioco americano
benedetto da un clima meraviglioso e da spiagge perfette. I grandi hotel
americani, e i casinò al loro interno, attiravano un numero sempre
maggiore di vacanzieri statunitensi. Il più grande di tutti, l'Hotel
Riviera, costruito con i soldi della malavita organizzata, sarebbe stato
inaugurato da lì a pochi mesi. L'inglese americano era accolto
con benevolenza e i dollari americani accettati con giubilo. Il denaro
lasciato da giocatori d'azzardo e vacanzieri era una manna dal cielo
per il governo cubano, che incassava una buona fetta dei proventi.
Quando a New York la temperatura scese e l'eccitazione del Natale fu
passata, molti, oltre al sindaco, considerarono l'idea di allontanarsi
dalla città. Herbert Matthews aveva accumulato un po' di ferie,
così lui e Nancie decisero di andarsene per qualche giorno al
sole dei Caraibi. Benché disgustato dalla pietosa invasione di
Castro, Matthews intuiva che era un buon momento per visitare Cuba. Si
teneva aggiornato sugli avvenimenti leggendo le notizie d'agenzia e gli
articoli imperfetti redatti da Ruby Phillips, che tuttavia non riteneva
all'altezza degli standard del Times. Sospettava che fosse a Cuba da
troppo tempo e si fosse avvicinata a Batista e alla sua cerchia di scagnozzi
per poter risultare credibile.
Gennaio 1957
L'Avana
All'inizio di un anno fatidico, Ruby Phillips pubblicò un'analisi
economica di Cuba, da cui si poteva concludere che Batista si stava occupando
dei problemi più gravi del paese portando avanti un imponente
programma di opere pubbliche, finanziato in parte dalle vendite dello
zucchero, la principale fonte di reddito di Cuba da generazioni. Le gru
svettavano ovunque; si erano intraprese grandi opere pubbliche, come
il lungo tunnel sotto il porto dell'Avana che avrebbe finalmente collegato
le due parti della città. La struttura iniziava proprio di fronte
al palazzo presidenziale, così nessuno avrebbe potuto dimenticare
chi fosse il responsabile della modernizzazione di Cuba. Un'impennata
della domanda mondiale aveva spinto il prezzo dello zucchero ai massimi
livelli dal 1951. L'unica "nota stonata" che la Phillips coglieva
era la minaccia dell'inflazione, mentre non faceva menzione del diffuso
malcontento della popolazione, di cui pure era a conoscenza. Batista
aveva colpito duramente il movimento di resistenza, ordinando un'ondata
repressiva culminata in quello che molti cubani avevano definito il "regalo
di Natale" del Presidente. Un comandante militare particolarmente
brutale della provincia d'Oriente, lontano dai casinò dell'Avana,
aveva giustiziato ventidue membri della resistenza urbana. Per assicurarsi
che il messaggio antiterrorista del governo fosse inequivocabile, il
comandante aveva ordinato che i corpi di diversi giovani fossero appesi
agli alberi durante le vacanze natalizie.
Eppure, sembrava che Batista avesse il pieno controllo del paese. Washington
era così favorevolmente impressionata dalla capacità del
dittatore di preservare la stabilità che il governo statunitense
aveva firmato un accordo per garantire investimenti americani a Cuba.
I vincoli economici tra i due paesi si erano fatti più forti.
Il Times riferiva che la American and Foreign Power Company aveva in
programma la costruzione di un reattore nucleare da 10.000 chilowatt
a Cuba, la prima centrale atomica in America Latina. Il ministro delle
Comunicazioni di Cuba si comportava come se non esistesse la minima minaccia
alla dittatura di Batista e concentrava i suoi sforzi sulla messa al
bando dalla televisione cubana dei programmi di rock-and-roll in quanto "immorali,
profani e offensivi del comune senso del pudore e del buon costume".
Acquista
online
18,50
€ |
 |
|