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Traduzione di Daniela Conti, Arianna Ghetti, Silvia Magi
pagg. 256

 

Davar Ardalan

IL MIO NOME E' IRAN

Avvincente, piacevole e incorniciato da una raffinata prospettiva storica, Il mio nome è Iran è il racconto appassionato di una donna cresciuta tra tradizione iraniana e valori occidentali.

È un libro che narra un’affascinante epopea familiare: tre generazioni di donne eccezionali le cui vite si intrecciano tra politica, religione e sentimento.

Donne divise tra due paesi amati ma nettamente separati: l’Iran e l’America.

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"Il mio primo nome è Iran, e in tanti modi la mia vita è stata lo specchio della mutevolezza dell’Iran, tra esperimenti di modernità, rivoluzione e Islam. C’è una foto nel mio album, è del marzo del 1982, ero in posa come Brooke Shields nella sua famosa pubblicità per i jeans di Calvin Klein. Nella pagina seguente dell’album c’è un’altra foto, risale a due anni dopo, e io sono velata. Una giovane sposa durante la nuova rivoluzione dell’Ayatollah Khomeini.

All’età di 19 anni lasciai l’America per l’Iran. In un mese persi la testa per la Rivoluzione Islamica, mi comprai un chador nero, voltai le spalle a quelli tra i miei antenati di provenienza americana. Non ero una partecipante tipica della Rivoluzione. Mia nonna Helen Jeffreys era l’erede di una famiglia dell’Idaho. Si innamorò dell’Iran dopo essersi innamorata di Abul Bakhtiar, mio nonno. Mia madre, Mary Nell, crebbe, a Washington, da cattolica e da fiera sorella di un giocatore di football degli All-American. Cosa fu dunque a condurre una come me – figlia dei valori occidentali – tra le braccia della Rivoluzione?”

Con tutti i mutamenti della sua complessa storia, l’Iran ha sempre oscillato tra tradizione e modernità, monarchia e teocrazia, secolarismo e sacralità, Oriente e Occidente. Queste contraddizioni hanno obbligato il paese e la sua gente a una continua ricerca di una propria identità e a una perenne lotta per trovare armonia ed equilibrio.

L’autrice ripercorre le vicende della sua famiglia, contraddistinte da innumerevoli cambiamenti e continui inizi, e narra la sua personale ricerca di una identità – e di una nazione – a cui appartenere. Il mio nome è Iran racconta la storia di tre donne – Davar Iran, sua madre e sua nonna – e del loro inarrestabile e profondo rapporto con l’Iran. Una storia che ha come sfondo gli anni delle ancestrali tradizioni persiane e della filosofia mediorientale, ma anche gli anni dei conflitti, della modernizzazione forzata dello Scià, della Rivoluzione dell’ayatollah Khomeini, della guerra contro l’Iraq…

Verso l’Iran – donna e nazione - non c’è condanna, né assoluzione. C’è solo il resoconto appassionato e umano di un paese colmo di contraddizioni ma incatevole, di una donna determinata a fuggire dal consumismo e dall’individualismo occidentali ma anche decisa a difendere la propria libertà religiosa e culturale.

Iran Davar Ardalan è direttrice di produzione per la National Public Radio. Durante la sua carriera ha prodotto molti documentari che le sono valsi importanti riconoscimenti internazionali. Ha vissuto e lavorato in ambito giornalistico anche in Iran. È madre di 4 figli.

 

ESTRATTO

CAPITOLO 1
DALL'AMERICA ALL'IRAN
1964-1966

Ho mosso i miei primi passi tra le antiche rovine e i pozzi petroliferi di Masjid-i-Suleiman, la Moschea di Salomone, in Iran. Era l'autunno del 1964 quando la mia famiglia si lascio' alle spalle il vivace trambusto di una citta' come San Francisco per atterrare in un minuscolo aeroporto iraniano.
La breve pista era circondata da colline spoglie, punteggiate di pozzi a torre su cui ardeva costante la fiamma dei gas di combustione. Non avevo ancora sei mesi e mia madre, Laleh, ricorda che mi teneva in braccio, mentre mio padre e mia sorella ci precedevano camminando verso il 'terminal,' un casotto di pietra con due piccole finestre e un tetto di lamiera ondulata. Ovunque l'aria era impregnata del pungente odore di zolfo del gas che bruciava. Mentre il sole batteva su di noi senza pieta', mio padre Nader ricorda che una strana sensazione lo afferro' alle viscere e un pensiero gli si affaccio' prepotente: "Che cosa diavolo ci faccio qui?"
I miei genitori, entrambi cresciuti in America, erano fieri della loro eredita' iraniana, anche se parlavano a malapena una parola di persiano. Cosi', quando a mio padre venne offerta l'occasione di lavorare in Iran, tutti e due decisero di coglierla al volo. Erano una coppia di giovani intellettuali hippie, con l'anima pronta all'avventura.
Poco prima di partire, il design director dello studio di architetti per cui mio padre lavorava gli aveva detto: "Nader, non ti chiudere la porta alla spalle!"
Le prime impressioni dei miei su Masjid-i-Suleiman peggioravano man mano che il taxi scendeva lungo uno stretto nastro di asfalto che serpeggiava fra le colline, segnato ai bordi da strisce di vernice bianche e nere rozzamente tracciate. Soltanto un asino attraverso' la scena e un uomo dalla faccia di cuoio, un nomade dell'antica tribu' dei Bakhtiari, ci guardo' passare. Indossava l'abito tradizionale: un alto copricapo a cupola di feltro nero, un panciotto a strisce nere e scarpe di tessuto fatto al telaio, chiamate givehs.
Benvenuti nel vostro nuovo mondo! Arrivati alla nostra prima casa, trovammo un appartamento con scarso mobilio, senza tende a difendere la nostra privacy.
I miei genitori drappeggiarono delle coperte contro le finestre, finche' non arrivarono dall'America le nostre suppellettili.


 

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